La creatura prediletta

regia Andrea Naso
testi e musiche originali Nino Forestieri
testi di L. Rèpaci, E. Argiroffi, L. Calogero, F. Costabile
con
Andrea Naso, Paolo Cutuli, Daniela D’Agostino (attori)
Nino Forestieri, Rosario Columbro, Tato Barresi (musicisti)
durata: 60′
età: dai 16 in sù

Il titolo stesso (Creatura prediletta) si riferisce alla Calabria ed è citazione contenuta nel famoso testo di Leònida Repaci “Quando fu il giorno della Calabria” che sintetizza il tema e aprirà lo spettacolo, “prologo e summa” della pièce. Un approccio ironicamente fatalista e non volutamente risolutivo quello di Repaci nel racconto del “concepimento divino della Calabria” che non affronta il problema “antropologicamente”, non ricerca le cause del dramma perpetuo della cosidetta “razza maledetta”.

Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 km2 di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro(…)” finché, continua Repaci, non interviene il “ sonno divino”   ad oscurare le “cose belle” donate alla Calabria per lasciare spazio alla creazione luciferina “le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione. Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio”.

Questa “altalena” accompagnerà il viaggio poetico narrativo degli interpreti, secondo un filone narrativo tracciato nel prologo di Repaci, e più ampiamente descritto dai versi di Argiroffi, Calogero, Costabile e lo stesso Repaci.

La recitazione s’incastrerà durante tutto lo spettacolo, secondo tematiche e suggestioni, col repertorio musicale del maestro cantautore Nino Forestieri e con le suggestioni poetiche del mimo: una sovrapposizione armonica tra teatro, musica ed espressione corporea.

Un viaggio che toccherà quasi tutti i temi segnalati da Repaci che contraddistinguono la Calabria e i Calabresi, toccandone i suoi aspetti intimi, che non sono pochi e peregrini, tutt’ al più “sottratti” alla divulgazione, sull’onta di alcune teorie di fine ottocento (Niceforo, Lombroso, etc.) che costituì l’esito più paradossale di una continua e sistematica negazione dell’altro aspetto. La teoria della “razza maledetta” fu denunciata da numerosi meridionalisti come un “romanzo antropologico” e una comoda scorciatoia per spiegare le differenze tra Nord e Sud. Questa narrazione finì col generare un sentire comune e diffuso, all’origine di stereotipi ancor oggi operanti.

Noi crediamo che una terra vada guardata anche e soprattutto idealmente e incontrata con gli scenari, spesso inaspettati, della poesia per meglio godere il momento della tradizione, del folklore, del cibo, del vino, dell’arte e della natura. La poesia in sé assomma leggenda e realtà, suggestioni e sapori, senso di libertà e costrizione di un luogo che, saputo vivere, può divenire luogo dell’anima ed esperienza irripetibile.  

Il Mito, e i miti legati alla Calabria e onnipresenti nei testi, saranno raccontato attraverso i versi di Repaci e di Argiroffi, medico, senatore e raffinato poeta siciliano trapiantato in Calabria. La sua poesia si nutre di continue figurazioni mitologiche e raffinate architetture culturali. Con lui ricompare il Mito, con rinnovate motivazioni, nella poesia moderna. L’epos ellenico- mediterraneo costituisce il naturale substrato su cui sedimentano gli altri miti, le altre culture, e riaffiora potente la Natura fino a riformare una corteccia omogenea, a protezione dell’animo pulsante del poeta.

Lo stesso Mito è disprezzato, per estrema ragione, con amara presa di coscienza e necessità di fuga d’emigrazione, da Franco Costabile:

“non chiamateci/ non richiamateci/ con la leggenda del sole/ del cielo/ e del mare/(…) Siamo/ bene legati/ a una vita/ a una catena di montaggio/ degli dei./ Milioni di macchine/ escono targate Magna Grecia./ Noi siamo/ le giacche appese/ nelle baracche nei pollai d’Europa./ Addio/ terra./ Salutiamoci,/ è ora” (da Il canto dei nuovi migranti)

E la Natura diviene “carcere e catene” per l’inesorabile accanimento della Storia sull’uomo calabrese:il sole/ è dei feudi/ come l’acqua/ e i cavalli/meglio la luna/ che aiuta a rubare.”

“Dorme il gallo/ e continua la luna/oltre i canneti/Una lanterna/già nel vicolo è accesa/scalpita la mula/è l’alba calabrese/ che ruba al contadino/ anche il sonno.”

E poi la civiltà contadina, la sua miseria (una condanna per Costabile) ma anche la sua ricchezza, l’ossimoro ancora incompreso dagli stessi calabresi, vocati “all’autodistruzione” così come meglio di chiunque altro intese con profonda analisi Giuseppe Berto che s’innamorò del comprensorio di Capo Vaticano.  

Il secondo punto fermo dello spettacolo, e conclusivo, è dato da “Il canto dei nuovi migranti” di Franco Costabile, potente, crudo e attualissimo come attualissimo è ad oggi il fenomeno dell’emigrazione dei calabresi. La presa d’atto finale ed anche il ritorno ad una realtà per gli attori che si ripropone e si rinnova.

Parola e musica, poesia e nenia, dialetto e parola colta, corpo e voce, presente e passato, insieme.

ph Salvatore Colloridi