Abbiamo incontrato Riccardo Tabilio a Polistena. Qui, nell’Aspromonte reggino, Leviatano è al centro  di un lavoro di residenza di grande intensità, che la Confraternita del Chianti Carmentali hanno preso su di sé come vincitrici del Bando NFN. Il debutto sarà in terra d’Emilia. Riccardo, da autore, osserva con positivo stupore la sintonia tra registi e interpreti in scena, senza mai invadere il campo. La prova cui assistiamo questo pomeriggio appare già più compiuta, rispetto a quella della mattinata. Ci sediamo. Si parte dal titolo, e da un certo testardo rincorrersi di anni, vicende, nomi, che venano di esoterismo le scelte autoriali.

 

Questa drammaturgia parte dal Leviathan di Paul Auster…

          In realtà la drammaturgia arriva Leviathan di Auster ma non parte dal romanzo. Nelle prime stesure era molto presente un altro mito: una rilettura della storia di Davide contro Golia, che poi si è dissolta, e ha lasciato il campo ai materiali attuali. Ma è evidente che le suggestioni bibliche dovessero rientrare in qualche modo dalla finestra a un certo punto: sono nella fase finale della scrittura quando lo sguardo mi inciampa sulla costa del libro di Auster. Ok, forse così è un po’ romanzato: diciamo che mi torna alla mente questa lettura suggeritami anni fa da un’attrice – pensa un po’! – della Confraternita del Chianti, Valeria Sara Costantin, con cui allora stavo lavorando a uno spettacolo. Riprendo in mano il libro e scopro che la prima edizione italiana è del 1995, anno in cui è ambientato il mio Leviatano. E allora – oltre che per assecondare i segni del destino, che mostravano un’insistenza quasi molesta – mi viene in mente che uno dei caratteri del romanzo è la polverizzazione di un personaggio. Polverizzazione delle tracce lasciate dal protagonista e raccolte dal narratore. Benjamin Sachs, scrittore di successo, brillante intellettuale divenuto uomo in fuga, latitante, che finisce per esplodere insieme all’ordigno che ha confezionato sul ciglio di una strada, è tutto raccontato da voci altre. Non si sente mai la sua viva voce. Come il mio McArthur Wheeler. Pezzi, frammenti. Ecco: avevo trovato qualcosa.

 

Il testo fonde noir, musical e meccanismi della commedia europea. Ma in controluce riappare l’impostazione dei classici greci. Debito d’amore o solo suggestione?

          Credo suggestione: non mi sento così esperto della materia. O meglio: parliamo di passioni anche qui, anche in Leviatano. Di rabbia, di odio, di frustrazione, e ne facciamo una disamina pubblica, come doveva forse accadere davanti al pubblico delle Grandi Dionisie. Però inquadrerei questi rilievi classici attraverso la lente di Brecht, a proposito di teatro europeo, e di debiti d’amore. Uscire ed entrare nella storia raccontata, empatizzare e distaccarsi dai personaggi sono dinamiche molto presenti nel testo.

 

Ci racconti l’emozione per aver vinto il bando? Che sensazioni hai di questo passaggio in Residenza da Compagnia Dracma a Polistena, nella Calabria reggina?

          È stata una sorpresa, e mi ha dato una gioia incredibile. Quella telefonata da parte di Edwige Paulin di IDRA non me la dimenticherò mai. Per quanto riguarda il percorso produttivo trovo molto bella questa genesi nomade di Leviatano. Dracma – Andrea, Angelo, Mariella e tutti gli altri – e Polistena sono stati veramente preziosi nell’incubazione del lavoro: invidio gli attori che hanno potuto passare due intere settimane in un ambiente caloroso e stimolante.

 

Da autore come vivi il testo in scena?  Senti più lealtà o tradimento nel progetto di Confraternita del Chianti e Carmentalia?

          Beh, scrivere per il teatro significa in qualche modo accettare di “vendere il bambino agli zingari” – e significa farlo recidivamente, se le cose ti vanno bene, e sempre con gente diversa. Se non metti in conto questa cosa sei perduto… A parte gli scherzi, non condivido quel modo di vedere per cui la regia è la traduzione, o peggio la ricaduta materiale, dell’idea dell’autore. Il concetto di intenzione dell’autore va quantomeno problematizzato. Credo che, dal momento in cui lo si è scritto, il testo diventi un dato a sé del quale l’autore è solo una tra le altre funzioni che lo attraversano, come possono essere il contesto di scrittura, e i riferimenti che fa ad altri testi, o film, o memi. Però devo dire che il progetto di regia di Marco di Stefano mi è parso da subito molto in ascolto delle parole di Leviatano. È il bello di avere un regista che è anche drammaturgo.

Una qualità che da autore e spettatore volentieri rapineresti ai tre interpreti e al regista.

          Agli attori – Alessia Sorbello, Andrea Trovato e Giulio Forges Davanzati – la capacità di mandare a memoria i testi, che per me rimane un prodigio inspiegabile. Di assorbire le indicazioni. A Marco rapinerei la velocità della scrittura scenica. È una cosa che c’entra con lo sguardo, con la capacità di vedere, intravedere, prevedere.

 

In Leviatano c’è tanta di quella musica da farne una piccola opera rock… O pop?

          La musica mi sta molto a cuore: però nel testo non ho inserito didascalie con i brani da eseguire, ma una specie di playlist: cose che avevo nelle orecchie in fase di lavoro. Una compilation tutt’altro che prescrittiva e in realtà molto onnivora di quegli anni, che andava da In Bloom dei Nirvana a Lemon Tree dei Fool’s Garden – altro brano del fatale 1995. Marco ha dato a Leviatano un’indirizzo più specificamente grunge e new punk, e rock in generale al testo. Rock o pop? È anche difficile dirlo perché quella stagione è stata una delle ultime in cui il rock è stato pop, quando le settarizzazioni vissute dal punk più intransigente da un lato, e da un certo metal virtuosistico e ricercato dall’altro erano alle spalle. Basti pensare ai Cranberries, o ai REM. Poi ti puoi ammantare d’avanguardia quanto vuoi, ma pop lo siamo tutti.

 

Altra cosa peculiare sono i continui rimandi a cultura e immagini degli anni Ottanta-Novanta del Novecento. Il cinema e le serie tv di oggi sono molto diversi. Ti ci ritrovi? O rimpiangi le atmosfere di Twin Peaks e Back to the Future?

          La mia incapacita di appassionarmi alle serie è imbarazzante. Le serie che ho iniziato e poi ho lasciato perdere non le conto nemmeno; a volo d’uccello, giusto per citare titoli degli ultimi anni considerati da binge watching: True DetectiveGame of ThronesThe Walking Dead, Fleabag. Tutte cominciate e lasciate a metà. Mi sono fatto un mucchio di nemici, tra i miei conoscenti, per la mia frigidità in questo campo. Ma non ho neanche rimpianti. Certo: Twin Peaks lo ho amato, ma lo ho anche detestato. La seconda serie, dopo una manciata di episodi diventa intollerabile, e l’ho finita per pura abnegazione. Del prequel non ne parliamo. La terza serie sto pian piano raccattando il coraggio per guardarla. Parlando di riferimenti al periodo però posso citare qualche film che secondo me ha influenzato la scrittura: il primo Tarantino di certo, quello di Pulp Fiction Reservoir Dogs. E i Fratelli Coen di The Big Lebowski ancora di più.

 

Leviatano si fa notare anche per una riflessione sulla stupidità. Davvero è così necessaria al progresso umano?

          Che domanda difficile. Se andiamo a scomodare Darwin, la stupidità è connaturata ai tentativi di affermazione della specie in un ambiente. Qualcosa nella tua testa, un giorno, ti dice di azzardare: di avventurarti fuori dall’acqua o in cima a un albero, di provare a stare fermo invece che scappare davanti a una bestia piena di denti, di dimenarti in un certo modo per convincere un altro individuo ad accoppiarsi con te. I tentativi falliti sono evidentemente una forma di “stupidità” necessaria all’evoluzione. L’ottica di Darwin è di gruppo/specie. Dunning e Kruger, i due accademici americani che metto in scena nel testo, non parlano di stupidità in senso stretto, ma di scollamento tra competenza (“quanto sono bravo a fare qualcosa”) e percezione di competenza (“quanto mi credo bravo a fare quella cosa”). L’ottica per loro è individuale. Il picco di percezione di competenza a bassi livelli di competenza identificato sperimentalmente da Dunning e Kruger è importante anch’esso per il progresso, perché credere di essere dei promettenti maestri quando si è solo all’inizio dell’opera dà motivazione e autostima a chi si cimenta in una certa disciplina. Permette di trovare le energie di andare avanti. Però se superiamo l’ottica della specie (ed è ora che l’essere umano si liberi di questa pulsione alla supremazia sulla natura, che è antistorica) e l’ottica dell’individuo (che è limitata) e cerchiamo invece di osservare il sistema, forse possiamo dare un nome alle forme di stupidità non necessarie, anzi ostili al progresso umano. Tipo tutta questa frenesia di liberare gas serra in atmosfera che stiamo dimostrando di avere, per fare un esempio, che non ha senso, è certamente idiota, ma che sembra inarrestabile.

 

McArthur Wheeler ci credeva, e per un po’ sembrava funzionare. E tu? Usi mai del “succo di limone” per scomparire agli occhi degli altri?

          Sistematicamente.

 

La cultura sta riprendendo a vivere. Leviatano avrà un vero pubblico. Cosa resterà in futuro del vivere e fare teatro in tempo di Covid?

          Parlando del fare teatro, ci sono stati molti progetti pensati per la fruizione in remoto di grande valore, anche in Italia. Alcune di queste esperienze lasceranno un segno, secondo me. Hanno aperto in qualche modo una strada. Le cose più forti sono state quelle pensate per la fruizione in remoto, le cose “device-specific” – come le chiamiamo in Kepler-452, la compagnia bolognese con cui collaboro. Studiate sul mezzo, Zoom ad esempio, e sulle sue possibilità. Lo streaming di teatro on demand – ossia le riprese audiovisive degli spettacoli classici rese disponibili online – generalmente non le trovo molto interessanti, se non a fini di studio. Diciamo che: spettacoli drammatici che già prevedono la “quarta parete”, ossia che prevedono un patto di non aggressione con il pubblico per cui platea e palcoscenico sono isolati, osservati attraverso una “quinta parete”, il vetro di un display, sono poco invitanti come esperienze, se non per documentarsi su quello che è in scena altrove, o su quello che è stato in scena. Per giunta questi prodotti hanno spesso audio scadente e camera fissa. Non sono competitivi nemmeno con la puntata peggiore della stagione più stanca della serie più cheap. Invece, parlando del vivere in tempo di Covid, io spero che ne resterà la memoria. In questo sistema socio-economico è connaturata un’abitudine sistematica alla rimozione. Ma dimenticare l’orrore cui questo sistema produttivo ha costretto le nostre vite in questo tempo sarebbe tutto sbagliato.

 

Nella tua scrittura il tema sociale è sempre caratterizzante. Cosa ti piacerebbe indagare, ora?

          Sono molto intrigato dalle fantasie del complotto internazionali. Avevo anche iniziato a lavorare su QAnon, e sull’assalto a Capital Hill del 6 gennaio 2021, ma la fine del trumpismo ha praticamente fatto evaporare il movimento. O forse lo ha fatto sprofondare, lo ha reso sotterraneo, latente. In questo momento sono in ascolto.

 

La rivista che pubblicherà questo nostro scambio, ha un acronimo intrigante: PAC  Ma si può vivere davvero e solo di Pane, Acqua, Culture?

          Beh, di cos’altro?

 

 

Intervista di Gianluca Iovine pubblicata su  PAC

A conclusione dei laboratori organizzati all’interno delle residenze artistiche di R-Esistenze 2020, uno dei partecipanti, Francesco Oscar Ferraro, scrive così sulla propria pagina social:

Scorro, cloache di me stesso. È notte, vibro come solo le notti d’Aspromonte sanno farmi sentire. Dominato nell’asse di Marte, mi diede la ferocia il monte e la pace il mitigare delle ire tra Scilla e Cariddi. Disinnescare ed esplodere insieme, un binomio fatale. Il silenzio di questo tempo è un bene prezioso, come lo è l’insolenza della privazione. Tornato alla radice ho scardinato ancora una volta, annientando le resistenze. Come Marro in piena ho lasciato fluire il qui ed ora, ho ascoltato ancora l’influenza del fanciullino ed ho messo a tacere le lacrime da fiammiferaia. Non mi era dato sapere, ma intorno orbitavano vite così concave e convesse che serviva vivere l’estraneità per tornare all’essenza della propria culla. Quando l’introspezione aveva concepito il caos, la vita ha fornito l’imprevisto: laboratorio teatrale con Compagnia Dracma.
Ricordo ancora il fervore nel ventre ancor prima di essere arrivato nel luogo d’incontro. Non sapevo cosa sarebbe accaduto e non avevo alcuna intenzione di immaginarlo. Da un laboratorio diventano quattro, da un tipo di lavoro esplodono percezioni emotive, corporee e sensoriali che improvvisamente danno linfa al piacere dell’inatteso. Le montagne russe, un’adrenalina vorticosa, misurarsi col limite, misurarsi con l’ignorare, abbattere la conoscenza per essere “puer”, apprendere con resilienza e con sorpresa ma senza disperdere il bagaglio. Incontrare compagni di viaggio variegati, anime luminose, sorprendenti, sconvolgenti. Mi sono innamorato dei loro dettagli, delle loro luci ma specie delle loro ombre, delle narrazioni “cieche”, del saper giocare, del piacere frenetico del nuovo incontro. L’Aspromonte mai fu così dolce, ad ardere ad ogni tramonto sul mare e regalarci le isole.
Ringrazio Confine Incerto per aver aperto il cerchio ed averlo chiuso, per l’irruenza di chi lavora l’organza con eleganza, per aver modellato il flusso delle mie consapevolezze, per avermi messo in discussione e per avermi donato frequenze così impetuose, un laboratorio intimo, complesso ed intrigante.
Ringrazio CRiB per aver dato silenzio alle parole, o spaventosa ripetitività fino a smarrirne il senso. Per aver dato vita al corpo attraverso il suono dell’altro e ad averci messo davanti al mezzo digitale con verosimiglianza e stupore.
Ringrazio Pars Costruens per averci cucito addosso la spontaneità dei bambini, quella spontaneità che spesso cediamo all’incedere dell’adulto. Per aver fornito al mio sapere l’importanza del formicaio e di quanto sia laborioso e faticoso l’ascolto dell’altro nel movimento, l’ascolto del flusso che passa tra i corpi plasma un moto all’unisono, bisogna ascoltarsi ed ascoltare. Infine ringrazio la realtà di Dracma che visionaria raccoglie un movimento umano emozionante, che tende la mano alla sfida di un territorio che pullula di energia artistica e che trova vulcani vivi, a volte inesplorati, in un ambiente che troppo spesso poltrisce nell’annichilimento. L’arte che rischia, il teatro che osa e la realtà che supera la fantasia. Vorrei vivere una Calabria sempre così, attiva, ardente, piena di rispetto e di senso del giusto e del bello, inclusiva e fluida, famelica di straordinarietà. I laboratori dovrebbero essere pedagoghi itineranti per muovere le coscienze e specie le non conoscenze. L’arte come l’amore è LIBERA, le avete messo le catene ma inarrestabile e fiera scorre, riempie di vita e di verità. GRAZIE ❤️